Forma moderna di schiavitù?
La liberalizzazione dei mercati su scala mondiale ha conseguenze deleterie per i lavoratori. La concorrenza spietata che ne deriva esercita un’enorme pressione sui prodotti e di conseguenza sui salari dei lavoratori. Per questa politica neoliberale dove conta solo il profitto il lavoratore non è considerato altro che un oggetto da inserire là dove il mercato lo richiede o come un costo da ridurre al minimo. Soprattutto i grandi complessi multinazionali che non sono legati né al territorio dove sono insediati, né alla popolazione, non si sentono responsabili delle condizioni sociali dei lavoratori. Quest’ultimi sono in loro balia, costretti ad accettare le condizioni di lavoro che vengono loro imposte. Se i guadagni dell’impresa non corrispondono alle aspettative degli azionisti, sono i lavoratori a subirne le conseguenze con nuove riduzioni di salario o con il licenziamento. Allorquando questo non bastasse più e le paghe hanno raggiunto il minimo possibile, l’impresa chiude i battenti e si trasferisce in un paese con costi salariali più bassi. Ad esempio in Cina, dove il regime proibisce qualsiasi movimento sindacale che difende gli interesse dei salariati. Il fenomeno descritto, che gli operatori economici chiamano flessibilizzazione del lavoro e mobilità, ricorda i tempi della schiavitù e forse ne è la forma moderna. Con l’estensione della libera circolazione delle persone ai 10 nuovi paesi membri dell’UE favoriamo ed acceleriamo questo sviluppo disumano anche nel nostro paese. A subire le conseguenze di questa corsa assurda al prodotto più a buon mercato, senza tener conto né di sviluppi regionali, né della salvaguardia dell’ambiente né quantomeno dei bisogni dell’uomo, sono le lavoratrici e i lavoratori: essi devono accontentarsi di una paga che non basta per nutrire la propria famiglia oppure sono costretti a scegliere la via dell’emigrazione. Chi vuole frenare l’apertura totale di tutti i mercati e permettere ai lavoratori di preservare condizioni di lavoro dignitose, farà bene a bocciare con un no la libera circolazione delle persone in votazione popolare il 25 settembre. Un no che permette di mantenere nelle nostre mani l’unico strumento efficace per influenzare il mercato del lavoro: la possibilità di fissare contingenti per l’immigrazione.
Rico Calcagnini
Uitikon