Per un’agricoltura svizzera di tipo contadino
No ad un’industria agraria
Informazioni sul referendum contro la nuova legge agraria
«Negli ultimi 15 anni sono scomparse 30'000 aziende agricole. Ora basta!»
Con queste parole il comitato referendario attorno al viticoltore ginevrino Willy Cretegny apre l’invito a firmare il referendum contro la nuova legge sull’agricoltura. Questa legge è stata decisa dal Consiglio nazionale e degli Stati nell’ambito della politica agraria 2011 (PA 2011). Di questa politica fa parte anche il diritto fondiario rurale (LDFR) come pure cambiamenti del diritto sull’affitto agricolo e della legge sulla pianificazione del territorio. Il referendum dà la possibilità di intavolare un’ampia discussione sullo sviluppo generale dell’agricoltura svizzera.
Dall’adesione della Svizzera all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nell’anno 1995 la politica agraria è sottoposta a trasformazioni radicali in passi quadriennali. Si tratta soprattutto di un continuo smontaggio delle disposizioni per la protezione dell’agricoltura. Le singole aziende vengono così a trovarsi sempre di più sotto pressione. Agli agricoltori sono imposti sempre maggiori oneri, guadagnano sempre di meno e non possono quasi più vivere dal frutto del loro lavoro. Già oggi il 30% dei contadini vive del capitale. La PA 2011 pretende che accettino un’ulteriore diminuzione degli introiti del 15%.
Inoltre si vuole far perdere ad un quarto delle aziende le loro pretese sulle misure di protezione del diritto fondiario rurale, costringendoli così all’abbandono dell’attività. Così l’agricoltura svizzera diventa sempre più debole e la sovranità sull’alimentazione sempre più precaria.
L’agricoltura svizzera segue il corso dell’OMC
L’articolo 104 della Costituzione svizzera stabilisce lo scopo dell’agricoltura: l’approvvigionamento sicuro della popolazione con viveri, la conservazione delle basi naturali di vita, la cura delle colture e del territorio ed il popolamento decentrato e del paese. Dall’adesione della Svizzera all’OMC la sua politica agraria si è allontanata sempre di più dal suo compito costituzionale.
La politica agraria assomiglia in modo sempre più evidente alla politica agraria comune dell’UE. Non abbiamo più una politica agraria propria, indipendente, che protegga i nostri agricoltori, che si adatti alla situazione svizzera. Noi soddisfiamo senza discussione le prescrizioni dell’OMC e sacrifichiamo così le misure prese finora per la protezione dell’agricoltura. Sopprimiamo i prezzi garantiti per gli alimentari di base e le garanzie di acquisto. Sono praticamente scomparsi i dazi per l’importazione e l’esportazione come pure i contingenti per l’importazione, si eliminano i contingenti per il latte, e così via. Nonostante che una crisi economica mondiale risulti sempre più probabile, si continua a chiedere «più mercato». Si dice che l’agricoltura svizzera deve essere in grado di sostenere la concorrenza e di affermarsi. Perciò, gli agricoltori devono diventare «imprenditori», devono «crescere», produrre di più ed in modo più intenso, devono trovare nicchie. Chi non è in grado o non vuole seguire questa forma di sviluppo, non è abbastanza efficiente e gli si consiglia di lasciare il posto ad altri. Vien detto che la riforma delle strutture deve andare più in fretta. Riforma delle strutture non significa altro che soppressione di aziende agricole.
Queste trasformazioni vengono spacciate come progresso
Sebbene quasi tutti i cantoni abbiano criticato con veemenza le proposte del Consiglio federale, questi non tenne conto dei cambiamenti inoltrati. Dai protocolli delle trattative in parlamento sulla PA 2011 si può dedurre che le conseguenze negative del progetto di legge erano ben note ai parlamentari. Così per esempio un deputato agli Stati ha presentato il calcolo secondo il quale, seguendo il ritmo attuale di riforme, in 30 anni non sarebbero più esistiti agricoltori svizzeri. Ciononostante il parlamento chiese di orientare la PA 2011 verso l’accordo di libero scambio previsto con l’UE e i regolamenti dell’OMC, secondo il motto: la riforma deve «essere portata avanti».
Altri passi previsti verso un adeguamento all’OMC
Oltre alla PA 2011 il Consiglio federale ha previsto altre misure che indeboliranno ulteriormente la situazione dell’agricoltura. Anzitutto si vuole l’entrata in vigore del principio «Cassis de Dijon». Esso pretende che tutti i prodotti in commercio sul mercato dell’UE possano essere liberamente importati e venduti anche in Svizzera. Inoltre si vuole stipulare un contratto di libero scambio con l’UE. Ambedue i casi vanno nella direzione di un mercato libero, che in ambito agricolo comporta una nuova diminuzione degli introiti per gli agricoltori e ulteriori aziende che chiudono i battenti. Significa che dovremo importare più prodotti agricoli di qualità inferiore ed in modo crescente anche prodotti transgenici. Anche in altri paesi le aziende agricole muoiono. Sembra chiaro che l’intera agricoltura mondiale debba finire nelle mani dei grandi complessi multinazionali quali Monsanto e Syngenta. In tal caso i paesi perderebbero il loro diritto di autodeterminazione sull’alimentazione. Proprio la sovranità sull’alimentazione è però uno dei beni più preziosi di un paese e deve essere assolutamente perseguita. Solamente paesi in grado di nutrirsi in modo autonomo sono indipendenti e in situazione di crisi non possono essere ricattati.
Urge riflettere sull’agricoltura
Con il referendum contro la PA 2011 ci è data la possibilità di riflettere sul tipo di agricoltura che vogliamo in Svizzera. La popolazione svizzera non vuole un’agricoltura industriale, bensì una di stampo contadino, caratterizzata da piccole e medie aziende, com’è nostra abitudine vedere giorno per giorno. Per questa nostra agricoltura siamo invidiati da molti paesi. Dall’inizio delle riforme nel 1995 già 30'000 aziende sono scomparse. È giunto il momento di arrestare questo tipo di sviluppo. Se nella sessione invernale del parlamento il principio di «Cassis de Dijon» e il libero scambio con l’UE dovessero venire accettati, saranno necessarie nuove riforme.
Il referendum arriva al momento giusto
Le minacce dei contrari al referendum, che paventano un peggioramento della situazione, non reggono e servono solo ad intimidire i contadini. Visti gli aumenti dei prezzi sul mercato mondiale, il rischio dell’introduzione di sementi transgeniche, la crescente discrepanza tra ricchi e poveri, il pericolo di guerre per assicurarsi le risorse naturali quali l’acqua, i viveri e le sorgenti energetiche, lo sfruttamento sempre più sfacciato dei paesi del terzo mondo, la crescente globalizzazione anche dei mercati agricoli, urge una nostra riflessione sui compiti da assegnare all’agricoltura autoctona svizzera. Se in tutti i paesi venissero fatte riflessioni di questo genere – ed in molti paesi la preoccupazione per l’approvvigionamento di prodotti alimentari è grande – si realizzerebbe un passo importante non solo verso la sovranità nel campo dell’alimentazione, ma anche verso un mondo più pacifico. Visto l’immenso valore di un’agricoltura ben funzionante di stampo contadino, ogni cittadino dovrebbe essere interessato a prendere parte a queste riflessioni e ad esprimersi in merito.
Comitato federale per una Svizzera democratica, neutrale e sovrana
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